The aim of this blog, apart from writing reviews and making interviews, is to be an ongoing survey and artistic experimentation. Thanks to this blog you will come across various artists who, in one way or another, have their own distinctive features and work in various fields such as cinema, music, visual and fine arts. They are introduced to you without a pre-established order, because we trust in the theory of chaos. Powered by SoundLab
domenica 9 febbraio 2014
venerdì 10 gennaio 2014
Altare Thotemico-Sogno Errando. Concerto al teatro Antoniano in apertura ad Eugenio Finardi
Il giorno 19 Dicembre 2013 presso il teatro Antoniano di Bologna, in apertura al celebre e navigato cantautore Eugenio Finardi, si sono esibiti gli Altare Thotemico. L'eclettico complesso bolognese si è presentato sul palco in un'atmosfera soffusa nella sua tradizionale composizione: Gianni Venturi (voce e synth), Max Govoni (batteria), Leonardo Caligiuri (pianoforte), Valerio Venturi (basso), Emiliano Vernizzi (sax); manca solo il violino di Gabriele Toscani.
I pezzi proposti dalla band durante la performance sono quelli della loro ultima fatica creativa: Sogno Errando, concept-album uscito nel luglio del 2013 composto da 7 tracce, è un'opera che audacemente si inserisce in un contesto Jazz-sperimentale e che tende molto alla libera improvvisazione. L'obiettivo primario che si propone la band è quello di scardinare gli avvilenti precetti della staticità musicale e di ricreare un avvincente dibattito creativo, concetto che poi sta alla base dell'ideologia progressiva.
I motivi che pervadono l'opera sono la memoria, il trasfigurare delle cose, la dissoluzione del tempo, la terra, la profondità di spirito e l'apertura delle porte percettive, tutto ciò caratterizzato da echi sonori che a tratti trascendono la realtà oggettiva e da testi recitati con la giusta enfasi poetica arrivando così ad evocare un qualcosa di distante ed impercettibile, immagini sfumate ed indefinite. Molto coinvolgenti a livello strumentale sono le jam Jazz tra piano e sax.
Il gruppo apre le danze con il pezzo "Le correnti sotterranee", canzone che lascia libero spazio a brillanti virtuosismi di tastiera e sax nonché ad un breve assolo di batteria. A seguire si passa ad un Jazz quasi psichedelico-romantico dal titolo "Broken Heart" dove, oltre alla tromba ed il piano, spicca con personalità il basso. E' poi il turno di "D'amore e d'altri tormenti" che Gianni Venturi definisce "una delle poche canzoni d'amore che ho scritto per una donna", diciamo una serenata. Infine il gruppo chiude con "Neuro Psycho killer": la traccia inizia con lapidari rintocchi di basso ed un giro che man mano si fà sempre più vitale, si mescolano poi note acute e riverberi, un testo a tratti cantato, a tratti recitato.
Tocca poi alla star della serata Eugenio Finardi. Il cantautore milanese sale sul palco con buon savoir faire, ma con la voce lievemente debilitata da un brutto mal di gola. Come preannunciato la sua è una serata di "musica e parole", dove il poliedrico artista ripercorre tutto il suo tragitto artistico, attraversando momenti belli e brutti, felici e toccanti della sua vita. Finardi propone una lunga serie di pezzi presi qua e là dal suo vasto repertorio. Il suo tour denominato "Nuovo umanesimo" si ispira alla necessità di rimettere al centro l'Uomo e non il profitto, è anche il titolo del suo nuovo singolo. Questo concetto è il filo che lega tutti i brani di Sessanta, l'album che Finardi ha presentato a Sanremo, e propone ora in tour. Con lui sul palco ci sono Giovanni "Giuvazza" Maggiore alla chitarra e Paolo Gambino alla tastiera. La performance della band è stata lunga e ben sostenuta. A questa band comunque servirebbe una maggiore esperienza per esibirsi dal vivo con più disinvoltura.
I pezzi proposti dalla band durante la performance sono quelli della loro ultima fatica creativa: Sogno Errando, concept-album uscito nel luglio del 2013 composto da 7 tracce, è un'opera che audacemente si inserisce in un contesto Jazz-sperimentale e che tende molto alla libera improvvisazione. L'obiettivo primario che si propone la band è quello di scardinare gli avvilenti precetti della staticità musicale e di ricreare un avvincente dibattito creativo, concetto che poi sta alla base dell'ideologia progressiva.
I motivi che pervadono l'opera sono la memoria, il trasfigurare delle cose, la dissoluzione del tempo, la terra, la profondità di spirito e l'apertura delle porte percettive, tutto ciò caratterizzato da echi sonori che a tratti trascendono la realtà oggettiva e da testi recitati con la giusta enfasi poetica arrivando così ad evocare un qualcosa di distante ed impercettibile, immagini sfumate ed indefinite. Molto coinvolgenti a livello strumentale sono le jam Jazz tra piano e sax.
Il gruppo apre le danze con il pezzo "Le correnti sotterranee", canzone che lascia libero spazio a brillanti virtuosismi di tastiera e sax nonché ad un breve assolo di batteria. A seguire si passa ad un Jazz quasi psichedelico-romantico dal titolo "Broken Heart" dove, oltre alla tromba ed il piano, spicca con personalità il basso. E' poi il turno di "D'amore e d'altri tormenti" che Gianni Venturi definisce "una delle poche canzoni d'amore che ho scritto per una donna", diciamo una serenata. Infine il gruppo chiude con "Neuro Psycho killer": la traccia inizia con lapidari rintocchi di basso ed un giro che man mano si fà sempre più vitale, si mescolano poi note acute e riverberi, un testo a tratti cantato, a tratti recitato.
Tocca poi alla star della serata Eugenio Finardi. Il cantautore milanese sale sul palco con buon savoir faire, ma con la voce lievemente debilitata da un brutto mal di gola. Come preannunciato la sua è una serata di "musica e parole", dove il poliedrico artista ripercorre tutto il suo tragitto artistico, attraversando momenti belli e brutti, felici e toccanti della sua vita. Finardi propone una lunga serie di pezzi presi qua e là dal suo vasto repertorio. Il suo tour denominato "Nuovo umanesimo" si ispira alla necessità di rimettere al centro l'Uomo e non il profitto, è anche il titolo del suo nuovo singolo. Questo concetto è il filo che lega tutti i brani di Sessanta, l'album che Finardi ha presentato a Sanremo, e propone ora in tour. Con lui sul palco ci sono Giovanni "Giuvazza" Maggiore alla chitarra e Paolo Gambino alla tastiera. La performance della band è stata lunga e ben sostenuta. A questa band comunque servirebbe una maggiore esperienza per esibirsi dal vivo con più disinvoltura.
L'intervista con gli Altare Thotemico prima del concerto:
Partiamo dal nome della band, qual è il significato?
Gianni Venturi (sorridendo): Bene, la parola "Thotemico" fa riferimento alla divinità divinità egiziana della sapienza, poi assimilata dagli antichi greci con il nome di Ermete Trismegisto, considerato il creatore oltre che dei tarocchi anche dei segni musicali. Altare è dove si prega una divinità. Quindi è uno di quei nomi scelti come andava di moda negli anni della nascita del progressive. Ci serviva un nome corposo che raccontasse una storia, ovvero il nostro approccio direi metafisico alla musica, come una ricerca spirituale.
Parliamo del vostro ultimo album, Sogno errando...
Leonardo Calliguri: Si tratta sicuramente di un disco caratterizzato da una maturità musicale molto più forte rispetto al nostro primo album. E' un'opera molto più ricercata dove abbiamo ulteriormente unito il nostro background artistico ed approfondito meglio la questione dei nostri generi diversi attraverso una continua sperimentazione e ricerca sulle sonorità, sulle note, sull'improvvisazione e questo è ciò che certamente ci contraddistingue, almeno rispetto ai nostri lavori passati.
Quindi siete riusciti a raggiungere una sensibilità musicale ed interiore più spiccata?
Leonardo: Si, penso di si. Calcolando che questo disco è uscito ben quattro anni dopo il primo, posso dire che ho avuto molto tempo per maturare come compositore della band, anche se poi la composizione nasce attraverso un'improvvisazione collettiva. Siamo soddisfatti del nostro percorso fino ad ora.
Le tracce del disco sono molto lunghe, una caratteristica tipica delle band progressive di un tempo... Questa cosa può funzionare ancora oggi?
Valerio: Purtroppo, anche commercialmente parlando, gli ascoltatori di oggi non sono più abituati ed hanno meno pazienza nell'ascoltare composizioni di 12 o 13 minuti ciascuno, quindi in futuro senza dubbio cercheremo di mantenere una via di mezzo...
Leonardo: Diciamo che per quanto il nostro sembra un progetto appartenente ad un'epoca diversa, noi cerchiamo comunque di restare al passo con il nostro tempo, anche se purtroppo dobbiamo fare i conti con il buio che pervade i nostri tempi e quindi anche lo stare al passo con i nostri tempi può rivelarsi controproducente.
Valerio: In sintesi, per quanto riguarda la qualità dell'oggetto artistico, della qualità della nostra musica, la linea che seguiremo rimarrà sempre la stessa, ovvero quella dell'improvvisazione creativa.
Sentite ancora il bisogno di conoscervi meglio come insieme?
Valerio: Senza dubbio, ci sarebbe bisogno di trovare più spazi, più collaborazioni, per fare in modo di comprenderci meglio e riuscire a proporre qualcosa di sempre più significativo.
La parte più difficile del lavoro?
Leonardo: La parte più difficile del lavoro di musicista è il dover accettare il cosiddetto "compromesso", così da poterci campare: lo scendere a patti con l'industria musicale, cosa che accade troppo spesso ormai...
Seguendo l'onda creativa di quest'ultimo album, avete in mente di proporre uno nuovo album a breve?
Valerio: Ci stiamo già lavorando. Abbiamo moltissime cose da dire e quindi ci occorrerà un po' di tempo per organizzare bene le idee. Stiamo cercando qualcosa di più armonioso e melodico. La nostra idea è quella di creare senza imporci vincoli e senza pensare a cosa ne sarà di ciò che ne viene fuori....
Grazie agli Altare Thotemico, buona fortuna!
La band: Grazie!
Quindi siete riusciti a raggiungere una sensibilità musicale ed interiore più spiccata?
Leonardo: Si, penso di si. Calcolando che questo disco è uscito ben quattro anni dopo il primo, posso dire che ho avuto molto tempo per maturare come compositore della band, anche se poi la composizione nasce attraverso un'improvvisazione collettiva. Siamo soddisfatti del nostro percorso fino ad ora.
Le tracce del disco sono molto lunghe, una caratteristica tipica delle band progressive di un tempo... Questa cosa può funzionare ancora oggi?
Valerio: Purtroppo, anche commercialmente parlando, gli ascoltatori di oggi non sono più abituati ed hanno meno pazienza nell'ascoltare composizioni di 12 o 13 minuti ciascuno, quindi in futuro senza dubbio cercheremo di mantenere una via di mezzo...
Leonardo: Diciamo che per quanto il nostro sembra un progetto appartenente ad un'epoca diversa, noi cerchiamo comunque di restare al passo con il nostro tempo, anche se purtroppo dobbiamo fare i conti con il buio che pervade i nostri tempi e quindi anche lo stare al passo con i nostri tempi può rivelarsi controproducente.
Valerio: In sintesi, per quanto riguarda la qualità dell'oggetto artistico, della qualità della nostra musica, la linea che seguiremo rimarrà sempre la stessa, ovvero quella dell'improvvisazione creativa.
Sentite ancora il bisogno di conoscervi meglio come insieme?
Valerio: Senza dubbio, ci sarebbe bisogno di trovare più spazi, più collaborazioni, per fare in modo di comprenderci meglio e riuscire a proporre qualcosa di sempre più significativo.
La parte più difficile del lavoro?
Leonardo: La parte più difficile del lavoro di musicista è il dover accettare il cosiddetto "compromesso", così da poterci campare: lo scendere a patti con l'industria musicale, cosa che accade troppo spesso ormai...
Seguendo l'onda creativa di quest'ultimo album, avete in mente di proporre uno nuovo album a breve?
Valerio: Ci stiamo già lavorando. Abbiamo moltissime cose da dire e quindi ci occorrerà un po' di tempo per organizzare bene le idee. Stiamo cercando qualcosa di più armonioso e melodico. La nostra idea è quella di creare senza imporci vincoli e senza pensare a cosa ne sarà di ciò che ne viene fuori....
Grazie agli Altare Thotemico, buona fortuna!
La band: Grazie!
mercoledì 8 gennaio 2014
Mr. No Money Blues Band, viaggio in India e Nepal
Mumbai, Pune, Chennai, Bangalore, Delhi e Katmandu: è questo il viaggio, così per dire "ascetico", tra India e Nepal che ha tenuto impegnata la Mr. No Money Blues Band nel mese di Novembre 2013. L'occasione è stata quella dell'Himalayan Blues Festival, un evento artistico-culturale che si pone l'obiettivo di promuovere la musica Blues e Country-Folk attraverso la partecipazione di Band provenienti da tutto il mondo.
Ricordiamo che nel 2012 la band registrò il suo primo album "Money and Fear... never had" nel quale riesce a coniugare Blues, Funky e Rock n' Roll con estrema grazia ritmica.
I Mr. No Money riescono da subito a suscitare grande interesse fino a meritarsi articoli di elogio da parte dei giornali locali. Definiscono questa un'esperienza avvincente che gli ha permesso di dilatare i propri orizzonti musicali. Un universo a sé l'India ed il Nepal, dove però l'onda Blues è più che mai travolgente.
Incontro Fabio e Giuseppe, rispettivamente tastierista e batterista della band, in un bar di Bologna e dopo una lunga serie di drink colgo l'occasione per fargli alcune domande. Ne esce fuori un diario di viaggio ricco di musica, energia, danza e curiosità, talmente coinvolgente da far venir voglia di mollare tutto e partire con la Mr. No Money Blues Band, che tra l'altro ripeterà questa impresa a breve.
Fabio: Siamo un trio, piano, chitarra e batteria. Tendenzialmente ci ispiriamo alla tradizione Blues, Country-Rock. Io personalmente prendo spunto da Jerry Lee Lewis.
Chi è "Mr. No Money" e come si relaziona nei confronti dell'industria musicale?
Fabio: E' una domanda che racchiude più domande (parte un applauso generale), sei partito dal nome per arrivare al mondo discografico. Il nome non intende esprimere una condanna sociale, piuttosto c'è da chiedersi chi al giorno d'oggi non sia un pò un "Mr. No Money"? Quanti arrivano a fine mese pieni di soldi? Insomma, per essere "Mr. No Money" non bisogna per forza essere dei musicisti!
Riguardo alla nostra esperienza discografica invece posso dire che il genere da noi proposto non è di certo tra quelli privilegiati. Facendo del Rock n' Roll o del Blues alle volte si è sempre messi un pò in disparte.
Dopo più di seicento concerti in Italia siete approdati per un tour in India e Nepal, com'è stato suonare in un contesto così diverso da quello occidentale?
Fabio: Tirando le somme posso dire che il resoconto è senz'altro positivo. Abbiamo ricevuto ottime recensioni, siamo usciti tra le prime pagine del Katmandu Post, abbiamo suonato in locali incredibili e visto una cultura affascinante, perciò speriamo di tornarci anche l'anno prossimo.
Giuseppe: Siamo riusciti a far ballare e divertire la gente, quindi ci siamo resi conto che la musica in fondo è un linguaggio universale e ciò ci ha colmati di gioia.
Si tratta comunque di un genere di pubblico diverso rispetto a quello con il quale eravate abituati ad esibirvi, avete avvertito un pò di disagio da parte vostra?
Giuseppe: Abbiamo notato moltissimo interesse per ciò che proponevamo, la gente arrivava carica e quindi no, nessun disagio.
Fabio: Sul palco siamo riusciti ad esibirci insieme ad artisti internazionali ed anche se non parlavamo la stessa lingua, riuscivamo comunque a suonare un ottimo Blues. Il Blues è un linguaggio universale!
Un aneddoto strano da raccontare?
Giuseppe (ridendo): Bombay primo giorno: arriviamo dopo sedici ore di viaggio ed una volta usciti dall'aeroporto ci ritroviamo travolti dal delirio della città, migliaia di persone e centinaia di clacson assordanti. Giunti al nostro albergo il "Golden Residence" notiamo all'ingresso un cumulo di rifiuti in fiamme. Una volta entrati, ci preparano per colazione un'omelette, ad un certo punto arriva un topo enorme, direi di almeno 15 kg, che si mangia l'omelette e scappa via! Questo è stato il nostro primo approccio che abbiamo avuto nella "Residenza dorata" di Bombay...
Fabio(ripete): Quindici fottutissimi chili di topo!
Dopo un'esperienza del genere, il topo ed il tour in India e Nepal, avvertite ancora una motivazione ad approfondire il vostro genere musicale?
Fabio: Abbiamo sempre avuto la fortuna di ri-arrangiare e proporre pezzi degli anni '50 e '60 di Jerry Lee Lewis, Muddy Waters, Elvis Presley etc., tutti personaggi che hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia e siamo felici di perpetuare il genere e di stare in giro a suonare ovunque.
E' questo il sentimento generale della band prima di salire sul palco, in qualunque contesto?
Fabio: Direi che la forza della Band sta nel fatto che più grande è il palco e più riceviamo energia dalle emozioni della gente. Lo abbiamo dimostrato in India e Nepal dove la gente non voleva farci scendere dal palco!
Giuseppe: Posso dire che la sensazione che provo nel suonare su un palco con questi ragazzi è come quella di ritornare a casa.
La parte che meno vi piace del vostro lavoro?
Fabio: Chiaramente i denari, l'approccio con le istituzioni e con i club, visto che spesso si tratta di una guerra tra poveri...
Giuseppe: Il disinteresse in Italia nei confronti della professione di musicista. Confrontandoci con alcuni nostri colleghi americani e francesi ci siamo resi conto che questi vengono sponsorizzati sia dallo stato che da enti privati, poiché esiste un vero interesse nell'esportare la musica come prodotto nazionale, In Italia non interessa a nessuno.
Fabio: C'è bisogno di creare un dibattito riguardo la faccenda...
Domanda d'obbligo: Progetti futuri?
Giuseppe: Stiamo organizzando una nuova tournée in India durante la quale registreremo un disco insieme ad altri musicisti che avremo il piacere di conoscere. Dopo questo abbiamo in programma di risalire sul nostro furgone e riprendere la strada con altre date e concerti in Italia.
Grazie a Fabio e Giuseppe della Mr. No Money Blues Band!
Grazie a voi!
Fabio(ripete): Quindici fottutissimi chili di topo!
Dopo un'esperienza del genere, il topo ed il tour in India e Nepal, avvertite ancora una motivazione ad approfondire il vostro genere musicale?
Fabio: Abbiamo sempre avuto la fortuna di ri-arrangiare e proporre pezzi degli anni '50 e '60 di Jerry Lee Lewis, Muddy Waters, Elvis Presley etc., tutti personaggi che hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia e siamo felici di perpetuare il genere e di stare in giro a suonare ovunque.
E' questo il sentimento generale della band prima di salire sul palco, in qualunque contesto?
Fabio: Direi che la forza della Band sta nel fatto che più grande è il palco e più riceviamo energia dalle emozioni della gente. Lo abbiamo dimostrato in India e Nepal dove la gente non voleva farci scendere dal palco!
Giuseppe: Posso dire che la sensazione che provo nel suonare su un palco con questi ragazzi è come quella di ritornare a casa.
La parte che meno vi piace del vostro lavoro?
Fabio: Chiaramente i denari, l'approccio con le istituzioni e con i club, visto che spesso si tratta di una guerra tra poveri...
Giuseppe: Il disinteresse in Italia nei confronti della professione di musicista. Confrontandoci con alcuni nostri colleghi americani e francesi ci siamo resi conto che questi vengono sponsorizzati sia dallo stato che da enti privati, poiché esiste un vero interesse nell'esportare la musica come prodotto nazionale, In Italia non interessa a nessuno.
Fabio: C'è bisogno di creare un dibattito riguardo la faccenda...
Domanda d'obbligo: Progetti futuri?
Giuseppe: Stiamo organizzando una nuova tournée in India durante la quale registreremo un disco insieme ad altri musicisti che avremo il piacere di conoscere. Dopo questo abbiamo in programma di risalire sul nostro furgone e riprendere la strada con altre date e concerti in Italia.
Grazie a Fabio e Giuseppe della Mr. No Money Blues Band!
Grazie a voi!
lunedì 9 dicembre 2013
Coldwave: l'onda continua...
Negli anni '80, sopratutto nel contesto britannico e statunitense, si verificò un fenomeno particolare, direi quasi difficile da definire univocamente: una nuova onda stava per travolgere la scena musicale europea e statunitense e molte giovani band entusiasticamente cercarono di cavalcarla, attingendo dalle altrettanto fresche sorgenti del post-punk e del gothic-rock, tra queste spiccano prima nomi come Joy Division, The Cure, Smiths e poi gente come i Nine Inch Nails, Ministry, R.E.M. e così via, fino ad arrivare ai nostri giorni... Seguendo quest'onda musicale arriviamo a parlare dei Coldwave, nascente band di Ancona che nel 2013 esce con il primo EP autonomamente prodotto e che in chiave contemporanea rielabora, con qualche accento indie, quelle ferventi sonorità New Wave e Post-Punk tipiche degli anni '80. Il disco è breve ma ben elaborato. Le tracce sono caratterizzate dalle risonanze cupe del synth, da soluzioni ritmiche piuttosto lineari ma tuttavia apprezzabili. L'atmosfera sopratutto in Take it or Leave it e Life changes è fornita da brillanti riff di basso e da un synth tenebroso, un suono arcano nel suo evolversi, poi nella successiva If you turn to look spicca con più personalità la voce di Matteo Schipsi, infine poi nella conclusiva Silly couch il ritmo si fa più lento e ombroso e qui la chitarra riecheggia con dei suoni caratterizzati da un'energia tetra e buia. Ciò che ne esce è un sound oscuro ma anche movimentato e ben interpretato per il genere. Il lavoro nel suo complesso risulta interessante ed il fatto che la band è appena all'esordio lascia intravedere una buona speranza per il futuro del genere.
La band è composta da:
Matteo Schipsi – voce
Cristiano Poli – chitarra e synth
Lucio Cristino – basso
Enrico Bartolini - batteria
Ho avuto modo di scambiare qualche parola con Cristiano Poli chitarrista della band:
La band è composta da:
Matteo Schipsi – voce
Cristiano Poli – chitarra e synth
Lucio Cristino – basso
Enrico Bartolini - batteria
Ho avuto modo di scambiare qualche parola con Cristiano Poli chitarrista della band:
Alcuni cenni biografici sulla formazione del
gruppo, ovvero: come e quando avete iniziato? La fase di produzione?
Impressioni ed Idee?
La
band è nata nel gennaio 2013 in una sala prove ad Arezzo, sorta di punto a
‘metà strada’ fra Ancona e Pistoia, nostre città di provenienza. Inizialmente
eravamo in 3 (Matteo-voce, Cristiano-chitarra, Enrico-batteria), poi in
primavera abbiamo trovato un bassista (Fabio) che però è stato sostituito da
Lucio poco dopo l’uscita del nostro Ep (Ottobre 2013). La produzione dell’Ep è
iniziata a Luglio, abbiamo registrato tutte le tracce nel nostro studio privato
e successivamente ci siamo affidati a Stefano Tocci (Ampire Studio, Pistoia)
per mixaggi e mastering. Siamo rimasti molto soddisfatti del risultato.
Perchè un album breve?
Trattandosi
di un Promo Ep la scaletta non poteva che essere ridotta a pochi pezzi. Ci
sarebbe piaciuto includerne anche altri, ma sarebbe stato poco utile in quanto
la funzione di questo prodotto era (ed è) soprattutto quella di ‘sondare il
terreno’.
Quali sono i generi e le band che preferite ascoltare e
proporre?
Chameleons, Echo and the Bunnymen, Interpol, National,
Cure, She wants revenge, Editors, Hives, Strokes, Soviet Soviet e ovviamente
Joy Division. In
buona sostanza tutto il filone Indie, la New Wave e il recente fenomeno Post
Punk revival, anche se a dirla tutta ci riteniamo degli amanti della musica in
tutte le sue forme, senza pregiudizi.
Come Band emergente come vi relazionate
nei confronti dei nuovi mezzi di diffusione? Sentite che qualcosa sta cambiando
nello scenario musicale?
Crediamo
che sia un’ottima opportunità per poter essere presenti e visibili nel vasto
panorama musicale, tuttavia è facile notare anche alcuni aspetti negativi:
essere online è utilissimo, ma le cose che realmente fanno la differenza alla
fine sono la resa sul palco e la qualità di ciò che proponi. In sintesi comunque
è sicuramente una diffusione più rapida e semplice rispetto ad alcuni anni fa.
In fase di registrazione ponete molta
attenzione alla strumentazione e alle varie tecniche?
Si,
perché comunque uno degli step fondamentali per qualsiasi band è la cura del
proprio suono, quindi la qualità della strumentazione può sempre dare una
grande mano.
Nella band vi sentite compatti nei gusti musicali? Insomma, lavorate sulla stessa onda creativa?
In
linea di massima si, lavoriamo compatti, anche se poi ognuno di noi ha il proprio
modo di suonare e le proprie influenze. Spesso la diversità può essere molto
stimolante per l’aspetto creativo.
Le ultime perfomance come sono andate?
Bene,
anche se non spetterebbe a noi giudicare! Comunque ci siamo trovati molto bene
anche a livello di pubblico e locali. Il concerto più memorabile è stato quello
di spalla ai CUT a Monte Urano (Fermo), che sul palco hanno veramente
presentato uno show superlativo.
Progetti futuri?
In
primis continuare a suonare in giro, poi iniziare a registrare brani in vista
di un nuovo lavoro (probabilmente un Ep) nel 2014.
Qualcosa da dire agli ascoltatori?
Se
volete e potete seguiteci! Un saluto a tutti, grazie.
giovedì 5 dicembre 2013
Breve lettera a Jade Castrinos
Oh cara Jade,
il tuo sembiante allude ad un altrove, a quell'incantevole regno aldilà del mare dove le idee innalzano immensi castelli e soavi sogni risplendono accarezzando l'eterno loro mistero. Così, colmando di linfa vitale l'animo esausto di un navigante, costui nella tua voce trova un sicuro appiglio, una salvezza, lasciandosi trasportare tra le onde verso quella sponda dove tutto viene trasfigurato e tu, prodigiosa ed eterea, sveli la tua ammaliante forma...
Antonio Oliviero
sabato 30 novembre 2013
Un Cineforum che è la fine del mondo!
E anche le allucinazioni sono finite. Ma ora il gioco si fa duro, è tempo di parlare di fine del mondo. Ma non come la immaginiamo noi, una roba da drammi e pathos, come se fosse uscita da un film degli anni novanta di Roland Emmerich. Negli ultimi tre anni sono apparsi film atipici per il genere, l'apocalisse per la prima volta viene tratta con toni ironici, grotteschi, anche la tragedia nel disaster movie americano si disincanta. Benvenuti nel mese dei film sulla fine del Mondo!
TakeShelter! 1.0:The World’s End, di Edgar Wright. AUDIO: ENG SUB: ITA (ovvero GLI ALIENI)
Edgar Wright: Shaun of the dead, Hot Fuzz, Scott Pilgrim. Basterebbe il curriculum come presentazione. Questo film riporta la combriccola inglese, cioè quel magico trio che è il regista più Simon Pegg e Nick Frost alle atmosfere dello sci-fi grottesco che aveva caratterizzato i primi anni delle loro carriere, cioè il telefilm Spaced, primo cavoloro di ironia.
Cinque amici si riuniscono dopo vent’anni per ritentare l’impresa: riuscire a bere in tutti i pub di Newton Heaven, cittadina inglese fin troppo tranquilla. Quello che per dei buoni venti minuti sembra essere una normale commedia con un gran copione e bravi attori si trasforma in un delirio fantascientifico. I cinque dovranno bere, ubriacarsi, lottare come in un fumetto americano, per un semplice scopo: salvare il mondo. Terzo capitolo della trilogia del cornetto (per altre informazioni clicca qui ), il film di Wright non è solo intrattenimento, ma un’acuta analisi di una società moderna destinata all’imbruttimento dei comportamenti umani. Epilogo geniale, e un film che riesce a tenere uniti una certa innocenza spielberghiana con una comicità che se ne sta tra Douglas Adams e i Monty Python. Nel cast, oltre ai sempre grandi Simon Pegg e Nick Frost, uno degli attori inglesi di maggior successo negli ultimi anni, Martin Freeman, il Bilbo di The Hobbit, il Watson di Sherlock. Che poi l’idolo rimane Simon Pegg, sempre (guardate quante cose sa fare).
TakeShelter! 2.0 : It’s a Disaster, di Todd Berger. AUDIO: ENG SUB: ITA (ovvero LA GUERRA ATOMICA)
Film passato in sordina tra critica e pubblico, peccato. It’s a Disaster è una bella prova del talentuoso Berger, che riunisce un cast di buoni attori ( un continuo e imperterrito “l’ho già visto quel tipo”), su tutti David Cross (proprio, il Tobias di Arrested Development ), America Ferrera (Ugly Betty), Julie Stiles (Silver Linings Playbook) e li piazza nel tipico brunch tra amici trentenni della borghesia americana. Un attimo di silenzio per Julia Stiles, classica attrice del tipo “ma non era in quel film, quello noiosissiomo di ragazze emancipate. o in quel’altro high school americano!”
Dal nulla l’apocalisse, la guerra atomica. Costretti a passare le ultime ore insieme, gli invitati mostreranno le proprie nevrosi, paure e cattiverie. E’ un film diretto con semplicità, ma scritto egregiamente. Dialoghi dall’ironia studiata, comicità mai da crepapelle ma che fa rimanere il sorriso stampato per tutto il film. Una via di mezzo tra la noir comedy e una riuscita commedia di Woody Allen. Nonostante il fallimento al botteghino ( e a noi ci piacciono i distastri) è un film che si è portato a casa qualche premio: best screenplay al BendFilm Festival 2012, Audience Award for Best Picture al New Orleans Festival 2012.
TakeShelter! 3.0: This is the end, di Seth Rogen e Evan Goldberg AUDIO ENG SUB: ITA (ovvero L’APOCALISSE, QUELLA VERA)
Se c’è un film da mettere sul podio trai migliori del 2013 allora This is the end ci sta tutto. Diretto da uno dei grandi talenti della scuola comica della nuova Hollywood, This is the end è un pupurry di stelle più o meno grandi (c’è davvero di tutto, da James Franco a Michael Cera, da Rihanna a Jonah Hill, Jason Siegel, Emma Watson…) che si ritrovano ad interpretare la loro stessa vita privata, fatta di festini e droghe, che ad un tratto viene interrotta dall’arrivo del… Diavolo. Già, agli Americani l’apocalisse piace al punto tale che Rogen ha avuto la malsana idea di scrivere e dirigere una commedia demenziale in un contesto che più tragico di un’apocalisse biblica non si potrebbe immaginare. Imperdibile per gli amanti della commedia americana, roba scritta così bene e stupidamente divertente non se ne vedeva da tempo.
Presso l'associazione culturale Soundlab, Via Sante Vincenzi 2/A; ingresso gratuito con tessera (3 euro).
martedì 26 novembre 2013
Phinx, intervista con Alberto Paolini
Immaginate di trovarvi in una baita su in montagna, è l'alba e il silenzio e la solitudine riempono lo spazio e il tempo fino ad acquisire un senso quasi sovrumano, tutto appare fermo nell'universo, man mano lentamente avvertite dei suoni nascere, scoppiare proprio lì a due passi da voi, l'ignoto attorno ed un immenso senso di pace. E' questo il motivo che pervade l'ultimo lavoro creativo dei Phinx "Holtzar", un'opera caratterizzata da un'aura mistica: un album ideato in una baita di montagna e poi registrato in casa, garage, in giardino ed in altre svariate locations. Le composizioni sono caratterizzate da suoni campionati dalla natura: cicale, rami, rocce ed altro appaiono nelle composizioni finemente elaborate... Il titolo stesso "Holtzar" può voler dire "ascoltare gli alberi" in cimbro, un idioma di discendenza germanica parlato ormai da quella che oggi è rimasta una stretta minoranza linguistica in veneto e trentino. Inoltre, in molti brani si è scelto di ricorrere all'utilizzo di strumenti musicali indiani, tutti accuratamente riverberati e distorti durante le registrazioni. Il disco nel suo complesso unisce suoni digitali ed analogici creando sequenze molto articolate, delle quali si può godere pienamente solo dopo un attento ascolto.
Alcune tracce dell'album sono fatte in collaborazione con artisti tra cui: Ekat Bork, Bologna violenta, Reanimation squad e Spano.
Alberto Paolini (percussionista del gruppo), mi parla dell'esperienza artistica della sua band sin dai tempi delle loro prime esibizioni in parrocchia grazie all'aiuto di un parroco di Bassano del Grappa, del primo album, delle collaborazioni, dei concerti e dell'ultimissimo "Holtzar" il disco uscito quest'anno con la IRMA records elaborato in questa baita e rielaborato da capo dopo aver perso le tracce registrate... ne viene fuori una brillante chiacchierata da bar e la seguente intervista:
Alcune tracce dell'album sono fatte in collaborazione con artisti tra cui: Ekat Bork, Bologna violenta, Reanimation squad e Spano.
Alberto, prima di iniziare vorrei chiederti di fornire qualche cenno biografico riguardo la band.
La band con questa formazione nasce nel 2007. In precedenza, i fondatori Francesco e Pietro, avevano iniziato già due anni prima. Nel 2007 usciva l' EP "Bunker". In seguito ci siamo assestati con l'attuale composizione del gruppo e così ebbe inizio il percorso che ci portò alla pubblicazione del primo album "Login" e poi di "Holtzar" uscito quest'anno. "Holtzar" è stato concepito nel 2011 in una baita di montagna sull' altopiano di asiago, è stato proprio lì che sono nate le prime sonorità sulle quali abbiamo successivamente lavorato.
Cosa è cambiato musicalmente parlando dagli inizi ad arrivare fino ad oggi?
Diciamo che col tempo è nata la voglia di destrutturare, sperimentare e quindi di non imporsi più dei paletti stilistici come nel disco precedente. Ci siamo sentiti liberi di poter andare ad istinto, ricercare nuove timbriche ed in qualche modo non avvertirne nessuna pressione.
Cosa c'è da dire riguardo quest'ultimo album?
Esiste un fatto peculiare di cui vale la pena parlare: finché eravamo in questa baita nel 2011 abbiamo scritto circa cinque pezzi quasi completi, purtroppo poi si è rotto l'hard disc e tutto ciò che c'era rimasto era solamente qualche abbozzo; nel momento in cui ci siamo successivamente messi a riscrivere e a registrare i progetti, abbiamo deciso di cambiare totalmente e di iniziare a percorrere una nuova direzione artistica, in questo senso Ministry of fog è stato uno dei pezzi che ci ha fatto visualizzare la strada da prendere, abbiamo quindi iniziato a campionare i suoni della natura e delle situazioni che ci circondavano. Inoltre, la nostra idea era di rendere le parti digitali distaccate da quelle analogiche, dove le prime sono dotate di maggiore precisione chirurgica e le seconde sono caratterizzate dal calore della mano. Uno dei pezzi che è rimasto quasi del tutto intatto dopo la nostra esperienza ad asiago è il primo del disco: Hoarn de Holtzar, il quale è stato registrato successivamente in una diversa chiave, elaborandola con dei campionamenti e suoni di synth.
Hai detto prima che alcuni titoli delle canzoni sono in Cimbro...
Alcuni titoli delle canzoni sono in Cimbro, una lingua parlata fino ad una generazione fa nei sette comuni di asiago, l'idea era quella di rendere in modo vivido l'immaginario boschivo ed il senso di appartenenza alle montagne. Vivere a Bassano non può che farti guardare alle montagne e questi termini rendono meglio la nostra realtà.
Ed invece riguardo le diverse collaborazioni nel disco?
Si tratta di persone che abbiamo conosciuto durante il nostro percorso anche a livello personale. La traccia Not for animals è stata fatta con la partecipazione di Ekat Bork uscita poco tempo fa con il suo disco "Veramellious", noi volevamo un pezzo dove cantasse lei, quindi le abbiamo affidato la traccia più "house" del disco e lei se l'è cavata alla grande! In Kubla Khan le rime sono state affidate alla crew Reanimation squad, dei ragazzi che fanno hip hop di Bassano del Grappa , una collaborazione quindi avvenuta con estrema naturalezza. C'è Bologna violenta, avevamo sentito vari suoi lavori sia quando collaborava con il teatro degli orrori che prima, lo volevamo assolutamente con i violini nella canzone Trolls per la quale lui è riuscito a trovare degli arrangiamenti perfetti. Infine Spano trombettista di Rovigo che vive a Venezia, in Pach Un Khnottn un pezzo studiato per far perdere la concezione del tempo all'ascoltatore, lui è stato utilissimo in questo.
Progetti futuri della band?
Una cosa di cui stiamo parlando è di organizzare una tournèe in Europa a partire dalla fine di Marzo 2014, ne siamo molto fiduciosi e speriamo che si possa realizzare. Quest'anno, abbiamo ancora tre date a Dicembre, a Prato al capanno Blackout l'undici, poi saremo a Civitavecchia al Balaclava il tredici ed infine il quattordici a Sarno. Da Gennaio a Marzo continueremo a portare il disco sui palchi italiani.
Qualcosa da dire agli ascoltatori?
Beh, visto che noi siamo molto fissati con i suoni, consiglio di approfondire il punto di vista qualitativo, utilizzando dei buoni supporti per l'ascolto in modo da valorizzare la vasta gamma di effetti acustici presenti nella musica e nel nostro disco. Infine, andare ai concerti con l'idea e lo spirito di trovare una sorpresa senza essere troppo prevenuti.
Grazie Alberto, un saluto!
Grazie, alla prossima.
La band è composta da:
Francesco Fabris: vocals, analog synths, piano, bass, guitars, other instruments
Alberto Paolini: drums, percussions, backing vocals
Daniele Fabris: analog synths, sequencers
Pietro Secco: bass, analog synths, backing vocals
A cura di antonio Oliviero
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